Cerca nel blog

Pagine

lunedì 6 maggio 2013

In Triennale, il TDesignCafé Restaurant vale la visita

La mise en place
Trovare un luogo dove pranzare a Milano è l'ultimo dei problemi. Trovarlo però che sia in un contesto gradevole, facilmente raggiungibile, tranquillo, con una piacevole vista e - last but not least - con una proposta gastronomica interessante, un servizio accurato e prezzi abbo
rdabili, è già più complesso.
Ecco perché vale la pena di segnalare il Triennale DesignCafé & Restaurant. Il locale non è certo una novità - i più attenti se lo ricorderanno dai tempi della "firma" Carlo Cracco -  però è un luogo che meriterebbe maggiore attenzione e comunicazione, e per svariati motivi. Partiamo da quello che forse per molti è giustamente lo snodo centrale: il cibo. Nella bella cucina a vista del TDesignCafé & Restaurant lavora da qualche tempo una brigata di quattro giovani chef, coordinata da Daniele Scanziani e con la supervisione dell'executive Michelangelo Citino, ex secondo di Filippo Gozzoli in quello che era The Park - ora Vun e con la regia di Andrea Aprea-  dell'Hotel Park Hyatt, vale a dire nel cuore della città e con una clientela che definire 'internazionale' è riduttivo.
E già questo è un biglietto da visita interessante. Poi ci pensa il menu a stuzzicare occhi e palato: tra gli antipasti, incuriosiscono la Composta di sardine con punte di asparagi verdi e salsa al lampone, e la Crudité di gambero rosso, panna acida e granita al mojito; tra i primi, difficile scegliere tra un  piatto di Tagliolini alla Vecchia Milano, un Risotto
Risotto all'ortica e mela verde
mantecato alle ortiche e mela verde caramellata, o un Ravioli di polpo con pomodoro, brodetto di crescione e lemongrass. Per i secondi, lo sguardo è attirato dalla Tarte Tatin all'erba matta, lardo e fonduta di Parmigiano, per poi scivolare sul Salmerino alla soia con ragù di funghi shitake, asparagi bianchi e rafano, e sul Manzo all'olio con agretti, uova di trota d'oro e zenzero candito. Per poi approdare ai dolci, dove spiccano una particolare versione del Cheesecake con coulis al pomodoro e gelato al basilico, e la Mousse di pastiera, essenza di bergamotto e colatura di capperi.
Fin qui, parla la carta. Le cui 'promesse' di offrire concerti di sapori particolari e intriganti vengono poi rispettate nei piatti, e anche nel modo - attento senza essere invadente - con cui vengono serviti. Se a questo si aggiunge l'aria che si respira in quel luogo - sede di cultura, movimento, libri, arte, stimoli, mostre ecc. - e la vista sul Parco Sempione, il quadro è completo.
Cheesecake, pomodoro e gelato al basilico
Manzo, agretti, uova di trota
Manca un accenno ai prezzi: si va dai 10 ai 17 euro, mentre il piatto unico ne costa 15, il Menu Lunch (antipasto, primo e dessert, scelti a piacere dalla carta) 25, e il Menu Emotion (antipasto, primo, secondo e dolce scelti questa volta dalla 'casa') 34. Il tutto - e questo è davvero interessante - fa capo a MyChef Emotion (gruppo Elior) il cui nome evoca di solito punti di ristoro in autostrade, aeroporti, centri commerciali, E che qui invece - all'interno della Triennale di Milano - gioca e bene la carta del cibo che nutre anche l'anima e la vista, oltre allo stomaco.
Il TDesignCafé & Restaurant è aperto a pranzo, dal martedì alla domenica, giorno in cui la tavola viene imbandita per il brunch. E - come il nome suggerisce - ci si può sedere anche solo per un caffè o un tè.
Un'ultima annotazione di servizio: i servizi, appunto. Situati al piano terra della Triennale, per chi non li avesse frequentati da diverso tempo come chi scrive riservano un'ulteriore, gradevole sorpresa: sono stati infatti rinnovati e in modo più che degno del luogo in cui si trovano.
Fiorenza Auriemma

La cucina a vista

mercoledì 24 aprile 2013

Bistrot Milano Centrale: una sosta dal gusto nostrano

Una stazione ferroviaria è per sua natura un luogo-non-luogo. E quella Centrale di Milano non fa certo eccezione, nonostante il recente recupero che l'ha resa un centro commerciale a tutti gli effetti. Da qualche settimana, però, nel grande atrio che fronteggia i binari ha aperto i battenti Bistrot Milano Centrale: un mix tra luogo di ristoro, di vendita e d'accoglienza che si ispira ai mercati coperti di alcune città tra cui Londra e Barcellona. I passeggeri in transito - ma non solo - qui possono scegliere, sedersi e mangiare un trancio di pizza, un primo, un risotto al salto, un cartoccio di patatine tagliate e fritte al momento, una manciata di "mondeghili" (le polpette milanesi), alici e/o verdure fritte, un piatto di salumi, una macedonia, accompagnando il tutto con un calice di vino o anche solo un bicchiere di "acqua del sindaco" offerto da un rubinetto che attinge direttamente all'acquedotto cittadino. Oppure  possono bere al bancone un caffè, un té, una tisana, un frullato, un centrifugato o una birra.  Il tutto, a prezzi contenuti (per il caffè ad esempio bastano 80 centesimi, per un trancio di piazza margherita 4 euro). E anche acquistare alcuni dei prodotti - cioccolato, pasta, biscotti ecc. - esposti negli scaffali, così come quelli offerti nel bancone della gastronomia.
Insomma, niente e tanto di nuovo al tempo stesso. Perché questa operazione - che porta l'autorevole  firma di Autogrill e può ospitare 150 persone sedute e già ha un giro quotidiano di 1400/1500 persone - è stata pensata, studiata e realizzata con la collaborazione dell'Università degli Studi delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Questo allo scopo di rendere quella che una volta era la triste sala d'aspetto di terza classe un "luogo sostenibile", nonché una moderna, spaziosa e al tempo stesso antica "casa da viaggio". Come? Optando per  materie prime di piccoli produttori e del territorio, come ad esempio Marco D'Oggiono (Lecco) per i salumi, Il Bocasso di Ruino (Pavia) per i formaggi, C'era una Torta di Seregno (MB) per i dolci ecc.. E poi offrendo pane e pizze a base di impasti preparati sul posto con lievito madre, oltre a pasta fresca all'uovo anch'essa realizzata direttamente nel laboratorio del Bistrot e cucinata espresso.
Insomma, dopo una rapida occhiata e un veloce assaggio, viene subito da pensare che questo Bistrot - oltre a rendere meno noiose le attese dei viaggiatori - possa diventare presto anche un luogo di aggregazione per chi passa dalle parti della Stazione Centrale e/o per chi lavora lì vicino. Anche perché l'orario è tra i più "comodi" che si possano immaginare: dalle 5.30 del mattino alle 22 di sera.
Ancora qualche parola sugli arredi, realizzati con materiale riciclato (bancali dismessi, parquet di abitazioni smantellate, poltrone dei primi Novecento rivestite con vecchi sacchi di juta, pannelli di scaglie di legno di scarti di lavorazione ecc.), e sulla tecnologia, che al giorno d'oggi non può mancare: i clienti hanno a disposizione dieci iPad wifi, prese di corrente per ricaricare cellulari e portatili e due tabelloni per restare informati in tempo reale su arrivi e partenze dei treni.
Infine, una chicca che avrebbe reso sicuramente felice Eduardo De Filippo: nella Caffetteria è presente in bella vista anche la cuccumella, ovvero l'antenata della moka. Per chi volesse gustare un caffè alla napoletana guardando il via via di chi parte e di chi arriva da e nella grande Milano.
Fiorenza Auriemma

mercoledì 10 aprile 2013

Design ecostenibile al servizio del food? Si può

TyPuglia: orci in terracotta, in scatole di cartone che si trasformano in lumi
Alcide, per conservare frutta e verdura in modo naturale
Non tutto il design viene per stupire e poi andarsene. A volte, viene per dare spazio a ciò che di spazio ne trova sempre meno. Ovvero, l'uso consapevole delle risorse. Lo testimonia in via San Vittore 49 a Milano Do Ut Design-God Save the Craft. Organizzato da La Cordata in collaborazione con Make People Do Lab, fino a domenica 14 aprile per il Fuori Salone ospita - oltre a una serie di eventi uno più bello dell'altro -  progetti e prodotti di design di autoproduzione improntati al concetto di sostenibilità, risparmio energetico, biodiversità ecc. Come ad esempio - nel settore del food - La Fissa, torchietto manuale per fare la pasta in casa dall'aria antica e che invece permette - attraverso il sito e la stampa in 3d - di personalizzare le trafile scegliendo forme, sezione, spessore e texture tra 4000 tipi di formati diversi. E poi Alcide, ingegnoso sistema per la conservazione domestica di frutta e verdura sfruttando acqua, sapienza antica e creatività di due giovanissime designer, Giada Lagorio e Jasmine Pillon. E ancora, TyPyglia, ovvero giovani pugliesi che producono tra l'altro orci per l'olio in terracotta realizzati e colorati a mano e racchiusi in una confezione in cartone alveolare che poi si ricicla come lume da tavolo.
Questi sono solo alcuni esempi di quanto si può vedere, testare, ammirare in questo Paese delle Meraviglie di passaggio a Milano. Per poi finire la visita con un brunch e/o un aperitivo curato dai ragazzi di Cartaelatte - events and food design, anche loro in trasferta dalla Puglia dove propongono eventi, worshop, istallazioni ecc. da consumare (leggi mangiare). Ovviamente, con lo stesso spirito di Do Ut Design: grande attenzione per e a qualità delle materie prime, sviluppo di idee sostenibili, riqualificazione del territorio, promozione del lavoro artigianale.
Ancora una parola sul luogo che accoglie Do Ut Design: Residence San Vittore 49 fa capo a La Cordata ed è uno spazio multifunzionale per chi è a Milano per d’affari e/o studio. Quindi, ci sono stanze, auditorium per congressi, sale convegno e locali in affitto per associazioni e gruppi culturali. Oltre a un mercato agricolo ogni giovedì, e uno delizioso e rigoglioso giardino ogni giorno.
Fiorenza Auriemma



La Fissa, per fare in casa la pasta scegliendo tra 4000 forme

lunedì 5 marzo 2012

I care. And you?





Ospito volentieri questo post dal blog di Loredana Lipperini 

Lunedì, 5 marzo 2012
Sarebbe bello che per questo Ottomarzo le cose andassero un po’ diversamente. Che per una volta non toccasse alle donne elencare di tutti i guai causati a questo Paese da un’irriducibile “questione maschile”: il monopolio, come lo chiama Chiara Saraceno, dei posti di potere, l’applicazione di cospicue quote non scritte (tra l’85 e il cento per cento) a favore degli uomini.
Sarebbe interessante che stavolta fossero i nostri colleghi giornalisti, opinionisti e blogger, a dire I care.
A scrivere: la violenza e il femminicidio sono un mio problema, e rivelano l’incapacità della sessualità maschile di liberarsi dalla tentazione del dominio.
Come posta un lettore, Claudio Losio, sul blog Il corpo delle donne, commentando la vicenda della ragazza stuprata da un militare a L’Aquila, «il quadro che ne esce ci riporta indietro di 30 anni, al documentario di Tina Lagostena Bassi sul processo per stupro. La giovane studentessa dell’Aquila è nostra figlia, dobbiamo trovare il modo di sostenerla e proteggerla».
I care: è un mio problema di uomo lo sfruttamento commerciale e mediatico della bellezza femminile, che indebolisce le donne inchiodandole a stereotipi umilianti.
È un mio problema che l’agenda politica e quella economica siano decise quasi esclusivamente da vecchi maschi che bloccano qualunque innovazione per il loro vantaggio personale.
È un mio problema la mancanza di welfare e di servizi, freno all’occupazione femminile e allo sviluppo.
È un mio problema l’eccesso maschile che sta danneggiando tutti, donne e uomini. E serve anche il mio impegno perché le cose cambino.
Sarebbe bello.
8TH MARCH: WE CELEBRATE, YOU DECIDE
It would be great if for once on this International Women’s Day things could be different. It would be interesting to see our male colleagues, both columnists and bloggers, saying “I care”. If they wrote: “violence towards women and femicide are my problem” and if they could reveal men’s inability to free themselves from the temptation to domineer. Following the rape of a girl by an army men in L’Aquila, a reader, Claudio Losio, posted the following on the “The Women Body “ blog: “This bring us back 30 years, back to the documentary by Tina Lagostena Bassi on the trial for rape. The young student from L’Aquila is our daughter, we have to find a way to support and protect her”. “I care”: I care as a man about the exploitation of women beauty in the media. It makes women fragile, confining them to a humiliating cliché’. I care that both politics and the economy are controlled by old men who prevent any change from happening to protect their own gain. I care for the lack of health, social and welfare services, which prevent women’s employment and development. I care for men’s excesses, which are detrimental to both women and men. I need to make a commitment for things to change. It would be great.
Postato in contemporanea da – Contemporaneously posted from:

Giovanna Cosenza, 

Manuela Mimosa Ravasio,  
Marina Terragni, 
Lorella Zanardo,
InGegnere,
Loredana Lipperini 
Le blogger che condividono questo post pubblicano periodicamente thread comuni, in particolare sul tema della rappresentazione pubblica della donna e su quello della rappresentanza politica.
Women bloggers sharing this post regularly publish common threads, specifically on issues regarding public portrayals of women and their political representation.

martedì 1 novembre 2011

Fuga per la sopravvivenza

Il buio si era intrufolato nell’angusta stanza già da un pezzo, e lui ancora non aveva concluso niente. A dire il vero, non ci aveva nemmeno provato sul serio. Che brutta sensazione restare a fissare per ore la parete in cerca di una veloce intuizione, un appiglio di creatività, una briciola di suggestione. Non era la prima volta che gli capitava, però oggi accusava il colpo più del solito. “Sto invecchiando”, pensò, “e forse dovrei lasciar perdere e godermi in pace gli ultimi anni di vita”. Già, ma chi le avrebbe sfamate tutte quelle bocche che circolavano per casa chiedendo cibo, e cibo, e poi ancora cibo? Non aveva alternative, lo sapeva fin troppo bene. Solo che negli ultimi tempi questo dover produrre sempre e a tutti i costi gli pesava come non mai. “Lo so, faccio un mestiere che mi piace. Ma a volte è peggio di un incubo tutto questo dover creare, e creare, sempre e comunque. Che male c’è a limitarsi a pensare, senza per forza ricavarne qualcosa di concreto? In fondo, sono una persona qualunque, io, non certo un genio”. In realtà, era infastidito da tutto e tutti, oggi, compresa questa sua lagna da adolescente oramai canuto che recitava a memoria come un salmo. “E poi, come si fa a lavorare con tutta la cagnara che c’è in questa casa?”, disse a mezza voce, alzandosi bruscamente dalla panchetta per dare sollievo alle spalle incurvate e contratte. “Padre? Scusate, padre…”. La giovane voce si era fatta breccia attraverso la spessa porta chiusa dello studio arrivando diritta alle sue orecchie, infastidite e stanche. Che cosa volevano ancora da lui quelle creature perennemente affamate, si chiese stizzito l’uomo. “Padre, possiamo parlarle solo un momento?”. L’uomo andò alla porta e l’aprì quel tanto che bastava per vedere i suoi figli uno dietro l’altro, una lunga fila impacciata e intimorita che riempiva l'intero corridoio. “Che volete? Non sapete che quando lavoro non voglio essere disturbato?”, rispose con un tono di voce fin troppo irritato. “Su, visto che siete qui parlate, dunque”. “Ecco, padre, vorremmo avere il vostro permesso per andare a casa di Peter, quello che abita due isolati più in là, ricordate? La sua famiglia nutre molta ammirazione per voi e le vostre opere”, rispose insicuro il primo della fila, mentre gli altri dietro di lui se ne stavano lì, impacciati e a occhi bassi. “E a che fare, se posso chiedere?”, tuonò l’uomo, sempre più a disagio. “La famiglia di Peter festeggia il compleanno dei gemellini, e ha avuto la gentilezza di invitare pure noi”, fu la timida spiegazione del portavoce della folta figliolanza. “Tutti voi?”. “Certo, padre, tutti noi. Se voi siete d’accordo, ben inteso”, sussurrò il ragazzo. Be’, così per stasera il problema della cena almeno per loro è risolto, pensò l’uomo, cercando di non dare a vedere il sollievo per quell’imprevisto che giungeva a proposito. “E sia, andate pure, ma comportatevi in modo degno, che io non abbia di che vergognarmi per avervi dato il mio nome. E non fate tardi: vostra madre potrebbe aver bisogno di voi, e io son molto preso dal mio lavoro per poter pensare ad altro”, aggiunse troppo bruscamente per apparire autoritario come avrebbe voluto. “Certo, padre, potete star tranquillo: la nostra sarà solo una toccata e fuga”, lo rassicurò il capofila, improvvisando un veloce inchino, imitato da tutti gli altri pargoli prima di filarsela nel timore potesse cambiare idea. L’uomo rientrò nel suo studio, chiuse la porta e si lascio andare pesantemente sulla vecchia poltrona malandata. “Che vita è mai questa? Gioire quando i propri figli possono sfamarsi a un altro desco!”, sospirò fissando con occhi stanchi e accusatori lo strumento che avrebbe dovuto garantire la sussistenza a tutti loro e che invece lo tradiva sempre più spesso. “Una toccata e fuga, ha detto… quale dei miei figli era? Ah sì, Carl. Promette bene, quel ragazzo. Eh sì, proprio bene…”. Così dicendo si rialzò controvoglia per tornare al posto di lavoro, soffermandosi un secondo ad accarezzare con tocco amorevole la fila di tasti consunti e ingialliti prima di sedersi di fronte a loro. “Toccata e fuga, toccata e fuga… una toccata e fuga... E perché no? Magari in C minor. Chissà che non porti fortuna a quel mio povero figliolo, e possibilmente più di quanto la vita ha riservato a me”, sussurrò, senza riuscire a trattenere una coppia di lacrime che premeva per percorrere la sua guancia rugosa. E finalmente, le mani dell’uomo ritrovarono calore e vita, trasformandosi in pochi attimi in un agile ponte per quel sonoro fiume che, sgorgando direttamente dal suo cuore, tornava ora a inondare la tastiera. E lui avvertì di essere di nuovo se stesso: Johann Sebastian Bach.

giovedì 13 ottobre 2011

Con la testa fra le nuvole



Il vecchio gettò un’ultima occhiata al suo operato che si allontanava dondolando nel niente, e poi si rilassò con un sospiro di sollievo. “Certo che bravo son proprio bravo. Sfido chiunque a creare tutto ciò e in così poco tempo”, pensò, grattandosi con gusto la lunga barba canuta. “E che nessuno mi venga a dire che sono partito avvantaggiato, perché lo fulmino. Qui non è questione di vantaggi né di potere o di santi in paradiso; è che o ci sai fare o altrimenti non combini niente. E io, modestamente, ci so fare. E anche disfare, se mi gira”, aggiunse ad alta voce ridacchiando fra sé e sé. Era decisamente di buon umore quella sera. Stanco, ovviamente, ma più che soddisfatto. Ci aveva lavorato per un po’ di giorni e di buona lena, ma ora che tutto era fatto non gli sembrava di averci messo poi più di tanto. Il giusto, insomma, e finalmente poteva riposarsi. Avercene di momenti come questo, pensò. Anche se, a ben guardare avrebbe potuto essere un po’ più preciso nei dettagli. “Ma quando mai! La stanchezza mi dà alla testa, evidentemente, e straparlo. Figurati se io posso aver dimenticato qualcosa”, borbottò perplesso, mentre un velo di disagio si insinuava nei pensieri oscurando la sicurezza di poco prima. Per scacciarlo non trovò niente di meglio che tornare a rimirare la sua creatura, così sferica e ricamata con ogni sfumatura di marrone, verde e blu. “Quanto sei bella! Per forza, ti ho fatto io. E sei perfetta! Voglio vedere chi osa dire il contrario!”, tuonò stizzito, meravigliandosi per primo del tono imperioso della sua voce baritonale. 
Per scacciare definitivamente il vago malessere che gli stava rovinando la festa decise di andarsene subito a dormire, e non pensarci più. Non fu però una notte tranquilla. Sognò un liquido bluastro e spumoso nel quale galleggiava alla deriva un oggetto enorme dalla curiosa forma triangolare - con tanto di occhi, bocca, orecchie e persino capelli - che lo guardava con stupore misto a malinconia: “Perché ti sei dimenticato di me? Che cosa ti ho fatto di male? Non sono forse degna di essere trattata come tutte le altre?”, si lamentava nel sogno la creatura aliena e al tempo stesso familiare. “Ma che dici? Chi sei? Che vuoi?”, rispose a mezza voce il vecchio, rigirandosi agitato nel letto. Quando venne l’alba, il sogno era ancora lì davanti ai suoi occhi, preciso e tridimensionale come una piramide egizia. “Vuoi vedere che mi son davvero scordato qualche pezzo?”, rifletté nel dormiveglia. “E va bene, vorrà dire che andrò a controllare, anche se oggi è domenica e avevo promesso di non lavorare per nessun motivo”. Senza nemmeno vestirsi, si avviò verso il punto dal quale poteva vedere al meglio la sua opera, quando strada facendo incespicò in qualcosa di appuntito rischiando di finire gambe all’aria. “E questo che cos’è?”, sbottò a voce alta. Ma poiché era solo, nessuno gli rispose. Si chinò su un grosso oggetto triangolare ed ebbe un sussulto: eccolo qua il suo incubo, in carne e ossa. O meglio, in terra, alberi, fiori, ulivi, vigneti, rocce, scogli e spiagge, più un cono altissimo, scuro e fumante nel quale era appunto inciampato. “La Sicilia! Stavo per dimenticarmi della Sicilia!!!”, gridò in preda al panico, raccattando in fretta e furia quel pesantissimo lembo di terra emersa per andarlo a lanciare verso il basso in modo che finisse dove doveva, ovvero sulla punta della penisola che si era divertito a forgiare a forma di stivale. “Oddio che spavento, e che fatica!”, sussurrò senza nemmeno accorgersi di essersi auto-citato e prima di accasciarsi stremato per lo sforzo. Si riaddormentò all’istante. E pochi minuti dopo, l’intero Paradiso risuonava del placido russare del padrone di casa. 





domenica 1 agosto 2010

Non di solo cibo vive l'uomo



Non sono solo la qualità, l'originalità e la raffinatezza del cibo che rendono un ristorante o una trattoria degni di essere "segnati in agenda", piacevoli da frequentare e meritevoli di essere suggeriti agli amici. Almeno, per quanto mi riguarda, contano molto anche l'atmosfera che vi si respira, la cordialità di chi ci lavora, i sorrisi e le risate che circondano i tavoli contagiando e includendo chi a quei tavoli si avvicina per proporre, servire, accontentare, ascoltare, scambiare una battuta. E la sensazione di essere come a casa propria. Una casa però serena e accogliente, dove ognuno è libero di essere quello che è, spontaneo, senza finzioni o forzature. Un posto simile è il 7Cotolette, poco lontano da Milano, e precisamente a Remondò, nel pavese. Arrivarci dalla grande città richiede sì un atto di volontà e qualche chilometro da macinare in auto, ma ne vale davvero la pena. Perché il cuore e lo spirito ne guadagnano, oltre che lo stomaco. Aperto da poco più di un anno nei locali di quella che era una tipica trattoria-osteria di paese, come suggerisce il nome è specializzato nelle cotolette - di vario tipo e dimensioni, tutte preparate a regola d'arte - ma non solo: il menu varia ogni settimana, in base a quello che la terra, la stagione e i contadini vicini di casa mettono a disposizione. E quando arriva il pesce fresco, c'è anche quello. Insomma, è un posto antico nei modi e moderno nello stile, vivace senza essere cacofonico, spontaneo e comunque professionale. È una sorta di luogo-non-luogo: chi ne varca la soglia ha la sensazione di essere atterrato su di un altro pianeta, dove l'ambiente - dall'ingresso, alla sale fino ai bagni -  è arredato in modo personale e senza ostentazione: e percepisce subito che questo è un punto di incontro di vari mondi, dove si trovano a proprio agio gli anziani del paese - compresi i frequentatori della ex osteria -, le famiglie con i bambini (c'è anche un menu su misura per i più piccoli), le compagnie di giovani, le coppie, le persone sole. In più, nei mesi estivi il 7Cotolette offre l'impagabile lusso di una corte interna, fresca e silenziosa, corredata da una piccola piscina dove stare a mollo, sguazzare, giocare e schizzare amici e parenti. Oltre a serate all'insegna della musica dal vivo, di vario genere e stile. Se non siete ancora partiti per le vacanze o passate da quelle parti, approfittane ora per provarlo di persona: il 7Cotolette rimane aperto fino al 15 di agosto compreso. Fiorenza